Finalmente ero riuscita ad avere quell’appuntamento per intervistare Emily Dickinson, la grande poetessa americana.
Mi ricordavo quanti tentativi avessi fatto per arrivare all’obiettivo, ma tutte le volte era un gentile no o un annullare all’ultimo momento l’appuntamento conquistato con tanta perseveranza.
Del resto si diceva che la Dickinson soffrisse di agorafobia e proprio per non trovarsi in situazioni o in luoghi dai quali era difficile scappare o ricevere aiuto, si era rinchiusa nella sua casa.
Alcuni avevano aggiunto che la poetessa soffrisse anche di ansia sociale, cioè di paura di essere giudicata negativamente dalle persone.
Del resto essendo nata e cresciuta in una famiglia borghese di tradizioni puritane e considerando invece il suo spirito libero, non c’era da meravigliarsi.
Faceva freddo quel tardo pomeriggio di gennaio: avevo optato per un completo discreto giacca e pantaloni con dolcevita e un caldo cappotto; guardai per l’ultima volta il cellulare sperando di non trovare un messaggio della Dickinson che annullava l’appuntamento.
Nulla per fortuna.
Tirai il fiato.
Indossai i guanti, presi la borsa e mi avviai verso la fermata del tram.
Ero nervosa, ma esaltata da quella intervista che stavo per fare.
Amavo la Dickinson e la sua scrittura all’avanguardia per il periodo in cui viveva.
Mi era sempre piaciuto leggere e ricordai quando al liceo ero rimasta folgorata da quella poesia in cui la poetessa americana scriveva: “Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane né corsieri come una pagina di poesie che si impenna”.
Eh si spesso i libri erano stati la mia ancora di salvezza nei momenti bui: a volte mi avevano fatto evadere da certe situazioni per un importante attimo, a volte mi avevano fatto riflettere, a volte erano stati psicologi che avevano alleviato i miei disagi e a volte erano stati maestri che mi avevano indicato la soluzione.
Ero arrivata, scesi dal tram, azionai Google Maps sul cellulare per trovare la via in cui abitava la Dickinson.
Guardai l’ora sul telefono: ero puntualissima e soprattutto non c’era nessun sms o WhatsApp o chiamate da Lei.
Forse era la volta buona: era importante per me conoscerla, non solo per il mio lavoro, ma anche perché le sue poesie mi avevano emozionato come non mai.
Ecco il portone: un bel palazzo antico con i citofoni in ottone.
Suonai il tasto con scritto Dickinson e dopo un po’ sentii il clic che indicava che qualcuno mi aveva aperto il grande portone in legno.
Si, ma a che piano dovevo andare?
Per non complicare la situazione e fare una brutta figura, guardai la mail in cui mi veniva confermato l’appuntamento: quarto piano.
Presi l’elegante ascensore in stile liberty e arrivai di fronte alla Sua porta.
Suonai il campanello in ottone: dopo un po’ sentii dei passi dietro l’uscio che si aprì.
“Buonasera”, disse la domestica.
“Buonasera. Sono…”, risposi.
“La signora Dickinson l’aspetta nel suo studio. Le faccio strada”, continuò la domestica, una donna di altri tempi.
Entrai nella stanza dove mobili massicci in legno davano un senso di opulenza; c’era anche un camino che scoppiettava allegramente e su una poltrona in velluto, La vidi.
Era tutta vestita di bianco, simbolo di purezza e ricordai che non si era mai sposata, nonostante alcuni amori.
Mi sorrise e mi indicò di sedermi sull’altra poltrona in velluto.
“Buonasera Signora Dickinson. Prima di tutto grazie per avermi ricevuto”, dissi con un velo di riverenza.
“Buonasera Stefania. Direi che possiamo iniziare l’intervista”, disse la Scrittrice.
“E’ un problema se registro la nostra conversazione?”, chiesi mostrandole il piccolo registratore che portavo sempre con me.
“Nessun problema mia cara”, rispose la Dickinson.
Presi fiato e capii che era arrivato il momento di andare in scena.
“Nei suoi componimenti poetici spesso la natura è regina ispiratrice. Ci vuole parlare del suo rapporto con essa?”, debuttai incerta con la mia prima domanda e pensare che mi ero preparata una scaletta di cui non ricordavo nulla in quel momento…
“Amo la natura, del resto scrissi che se aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido, non avrò vissuto invano. La natura mi fa stare bene, dà un senso alla mia vita, è per me quella che definisco la mia religione pagana”, rispose la Poetessa.
“Credo che anche l’amore sia la musa di alcuni suoi versi”, continuai.
“Stefania so dove vuole arrivare e non ho nessun problema a parlarne. Mi fido di lei e credo che quando scriverà il suo articolo su questo pomeriggio trascorso insieme avrà quella sensibilità che le leggo negli occhi”, mi interruppe Emily Dickinson.
“Grazie per la fiducia Signora Dickinson”, risposi immediatamente.
“Dedicai molti versi a Susan Gilbert, era una delle mie poche amiche e soprattutto mi capiva. Una volta dissi a Susie che con l’eccezione di Shakespeare lei mi aveva donato più conoscenza di qualsiasi altro essere vivente. Il mio amore per Susan era come quello di Dante per Beatrice che era l’angelo che guidava l’Alighieri verso Dio. Certo poi scrissi quei versi…”, continuò la Poetessa.
In quel momento riaffiorò alla mia mente quel componimento che era stato definito scandaloso per il periodo e che aveva fatto sì che alcuni suoi parenti avessero cancellato il nome di Susan da altre poesie: “Susie verrai davvero a casa sabato prossimo e sarai di nuovo mia e mi bacerai come facevi? …Spero tanto per te, e mi sento così impaziente per te, sento che non posso aspettare, sento che ora devo averti – che l’attesa di vedere ancora una volta il tuo viso mi fa sentire accaldata e febbricitante, e il mio cuore batte così velocemente”.
“Si proprio quei versi a cui sta pensando…”, irruppe la Dickinson che sembrava leggermi nel pensiero, “Comunque mi innamorai anche di due uomini, un reverendo già sposato con prole e un anziano giudice, amico di famiglia. Le malelingue dicono che fossero amori e matrimoni impossibili per coprire certi sentimenti…Cara Stefania non dirò nient’altro sull’argomento: quasi mi diverte lasciare queste persone nei loro dubbi”, terminò compiaciuta la Scrittrice.
“Le faccio una domanda brutale se posso”, continuai io, ora più tranquilla e decisa.
“Faccia questa domanda brutale…dopo la morte di mio nipote a otto anni, sono pronta a tutto”, disse la Dickinson.
“Mi spiace Emily”, risposi immediatamente, forse avevo sbagliato qualcosa, ma una cosa era certa, l’avevo chiamata Emily e lei non mi aveva corretto, forse stavamo diventando quasi amiche?
“Non si preoccupi e mi faccia la domanda”, disse spiccia Emily.
“Perché vive in solitudine?”, chiesi tutto d’un fiato.
“Perché la solitudine è il veicolo per la felicità quando il mondo non ti capisce o…quando tu non capisci il mondo. Qualcuno potrebbe considerarmi codarda perché non affronto il problema, il mondo, ma vorrei che si mettesse lui nei miei panni e si accorgerebbe che non ho avuto un’esistenza facile”, rise Emily.
“Non ci gioca anche troppa sensibilità? Quest’ultima non è vista come una debolezza oggi?”, dissi guardandola nei suoi malinconici occhi scuri.
“Si, se sei sensibile chi non ti ama ne approfitta, chi ti ama spesso ti delude, ma ricorda Stefania che se potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano, se allieverò il dolore di una vita o guarirò una pena, non avrò vissuto invano”, affermò convinta Emily stringendomi le mani.
Quella donna era maledettamente sola, ma mi accorsi che parlava utilizzando i suoi componimenti poetici: la poesia riempiva completamente la sua vita, era il suo credo.
“Emily arrivo all’ultima domanda: nelle sue poesie però parla di morte, a volte mi sembra l’ispiratrice di alcuni suoi versi. Mi vuole parlare del suo rapporto con il sonno eterno?”, chiesi.
“Come diceva la Fallaci la vita è una condanna a morte. Il sonno eterno come lo hai definito fa parte della nostra vita. Un tempo ne ero ossessionata, ora ti leggo cosa ho scritto proprio ieri, sei la prima con cui lo condivido:
“Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore,
Poi sarò pronta ad andare!
Solo un’occhiata ai Cavalli –
In fretta! Potrà bastare!
Addio alla Vita che ho vissuto –
E al Mondo che ho conosciuto –
E Bacia le Colline, per me, basta una volta –
Ora – sono pronta ad andare”
Mi accomiatai da Emily con una stretta di mano e un sorriso ricambiato.
Il giorno dopo lessi sul giornale che era morta a cinquantacinque anni.